Digital OOH Advertising: ecco perché la Cartellonistica Digitale è la nuova frontiera della pubblicità

L’Out Of Home Advertising è da sempre uno dei metodi più efficaci per promuovere prodotti, servizi e attività. Nato nel XIX secolo allo scopo di raggiungere un vasto ed eterogeneo pubblico di persone in movimento negli spazi pubblici, è ancora oggi una delle migliori strategie pubblicitarie per il suo carattere multiforme e dinamico e per la capacità che ha avuto negli anni di evolvere il suo supporto comunicativo implementando nuove tecnologie in grado di assicurarne l’efficienza.

Dai manifesti Liberty, disegnati da artisti influenti per rendere un prodotto accattivante, ad oggi, dove l’Out Of Home Advertising diventa smart e digitale, creando nuove possibilità per un proximity market sempre più interattivo, coinvolgente e focalizzato sulle esigenze dell’azienda.

cartellonistica digitale

Parliamo di Digital Signage (Cartellonistica Digitale), ovvero della possibilità di realizzare annunci pubblicitari in grado di interagire con il vasto pubblico di passanti e mostrare sui loro smartphone pagine web, applicazioni di realtà aumentata, notifiche con messaggi personalizzati, coupon e offerte.

Infinite possibilità promozionali, quindi, ma soprattutto la garanzia di veicolare il proprio messaggio attraverso un supporto ibrido, in grado di unire l’immediatezza e l’interattività di un annuncio digitale all’affidabilità e alla fisicità della cartellonistica. Il Digital OOH e la Cartellonistica Digitale, infatti, riducono i rischi di una comunicazione web intangibile (e spesso impersonale) e assicurano la presenza di un prodotto nel luogo e nell’ora desiderati attraverso una promozione dinamica e, spesso, spettacolare.

Facciamo alcuni esempi.

Il Digital OOH che piace ai colossi online: ecco perché aziende come Facebook e Google hanno scelto la Cartellonistica Digitale

Investire sulle nuove forme di OOH Advertising significa, quindi, affidare il proprio messaggio a uno strumento efficiente, versatile e in continua evoluzione. Ecco dati ed esempi virtuosi che ne dimostrano le potenzialità.

L’OOH Advertising assorbe all’incirca il 13% del budget totale delle aziende di successo. E non parliamo solo di attività e business locali, ma anche delle più famose aziende online come Facebook, Netflix e Google.

Gli esempi che vi stiamo per mostrare dimostrano come la digitalizzazione dei cartelloni pubblicitari abbia contribuito a creare un terreno fertile dove non si parla più di comunicazione offline vs. online, ma di uno spazio in grado di unire i vantaggi di entrambi gli strumenti, creando awarness anche verso prodotti e servizi percepiti come immateriali.

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È il caso di Google che, per promuovere il suo innovativo Assistente Vocale casalingo Google Home, ha trasformato decine di fermate dell’autobus in piccole abitazioni interattive dove, relazionandosi con un cartellone digitale situato all’interno della fermata, i passanti potevano porre domande, controllare la temperatura, ascoltare musica, spegnere o accendere la luce e molto altro.

Interagire con i comandi vocali degli utenti significa sfruttare una delle tecnologie più importanti nel panorama del marketing attuale. Parliamo dei dati strutturati per la ricerca vocale e di una forma di Intelligenza Artificiale detta speech recognition che permette a Google di riconoscere e interpretare la domanda dell’utente, trasformandola in una query di ricerca allo scopo di trovare il miglior risultato, proprio come accade nelle ricerche tradizionali.

Riuscire a entrare tra i risultati delle ricerche vocali significa aprire un nuovo punto di contatto con i tuoi potenziali clienti e un nuovo punto d’accesso verso il tuo sito.

Se vuoi ottimizzare i tuoi contenuti per la ricerca vocale ti consigliamo di leggere attentamente questo articolo sulle migliori strategie di web marketing che funzionano davvero.

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Un altro esempio di Cartellonistica Digitale è quello di Facebook. Per lanciare il suo servizio di video live sulla sua piattaforma social, proiettò decine di dirette sui giganteschi cartelloni stradali di Los Angeles, invogliando il pubblico a testare da subito la nuovissima funzione.

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Anche il servizio di streaming Netflix, è famoso per utilizzare la Cartellonistica Digitale per reclutare nuovi abbonati e promuovere le ultime stagioni delle più amate serie tv.

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La pubblicità attraverso Digital Signage realizzata in spazi esterni, quindi, dona consistenza e forma a un prodotto digital e permette a qualsiasi attività di realizzare campagne efficaci attraverso la possibilità di interagire con l’utente e, magari, dargli da subito un assaggio del prodotto o del servizio che si vuole vendere.

Realizzare campagne di Digital OOH: le quattro fasi dell’incontro tra pubblico e azienda attraverso la Cartellonistica Digitale

Dai cartelloni situati nelle principali zone di passaggio della città ai Wallscapes, che ricoprono palazzi ed edifici, passando per i pannelli digitali alle fermate degli autubus e della metro o installati direttamente sui mezzi di trasporto. L’OOH Advertising digitale è dinamico, intelligente e versatile. Ma quali possono essere le sue effettive applicazioni? Ecco qui descritte le quattro fasi dell’incontro tra il pubblico e un Digital Signage, dall’approccio con l’utente alla misurazione dei risultati.

cartellonistica digitaleINCEPTION

In questa fase il pubblico si trova nei pressi del cartellone, che può essere digitale o meno. Avvicinandosi al cartellone, la prima cosa che viene notata è solitamente il visual.
“Aumentare” un cartellone significa anticipare che si tratta di un cartellone “speciale”. Possiamo farlo tramite:
Il marchio della tecnologia “presente” (per Nearby/Beacon)
Frasi particolari per l’attivazione di assistenti virtuali come il Google Assistant
Immagini e marcatori (per Augmented/Mix Reality)

ACTIVATION

Il pubblico attiva l’esperienza digitale utilizzando una o più delle seguenti tecnologie di contatto ed effettuando un’azione specifica:

Proximity/Nearby (invio di notifiche sul telefono che non richiedono la presenza di un’applicazione)
Voice Search & Interface Voice abbinate agli assistenti personali (Google Assistant e Alexa)
GPS (campagne geo-localizzate relative al territorio in cui è situato il cartellone)
Video/Immagini da scansionare con il dispositivo (usando app social come Snapchat)
Tecnologia ad infrarossi e rilevamento calore  

cartellonistica digitaleEXPERIENCE

Il messaggio visualizzato dagli utenti assume diverse forme e funzioni, in base al tipo di tecnologia utilizzata. Il pubblico visualizza ed interagisce attraverso il proprio dispositivo con il messaggio promozionale tramite una combinazione di:

Landing Page, una pagina web/mobile che può contenere offerte (anche legate ad un territorio) o avere la funzione di un volantino online
Social Login (consentirà poi all’advertiser di avere informazioni sul profilo degli utenti che hanno interagito con il messaggio)
Mixed Reality, utilizzo di tecnologie che riproducono contenuti 3d e video in contesti urbani
Premium Content (contenuti esclusivi, il trailer del film promosso, la traccia audio della band, etc.)
 
MEASURE

La fase finale del flusso di comunicazione è quella relativa alla misurazione dei risultati di engagement ottenuti dalla campagna. Oggi sostanzialmente OOH viene venduto in funzione dei volumi di passaggio. Nel mondo digitale queste sono chiamate impressions. “Aumentare” l’OOH o utilizzare le tecnologie di Cartellonistica Digitale per il Digital O-O-H ci consente di ”vendere” non solo le impressions ma anche i click aumentando il valore economico dell’intero circuito.


Tirando le somme, ci troviamo di fronte a uno dei sistemi pubblicitari più innovativi, flessibili e promettenti del momento. E noi non vediamo l’ora di sperimentarlo in prima persona.

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Un importante passo per l’infrastruttura dei dati open Italiani

Si parla molto del valore degli open data nel contesto economico nazionale ed Europeo.

Gli studi Europei più recenti parlano nell’arco di tempo 2016-2020 di un economia diretta pari a 325 miliardi di euro.

Organizzare i dati pubblicati con licenze open significa accelerare i processi di riuso e sviluppare l’infrastruttura necessaria perché si possano raggiungere gli obbiettivi attesi in termini di impatto economico e sociale.

Nel quinquennio 2016-2020 con gli open data ci si aspetta di creare 25.000 nuovi posti di lavoro.

I metadati che descrivono i dati sono alla base dell’infrastruttura nazionale degli open data.

Oggi, un gruppo di lavoro in AgID con il quale collaboriamo ha pubblicato il profilo che descrive con quali metadati devono essere pubblicati i dataset in Italia. Il lavoro è risultato di un’iniziativa Europea che si basa su un vocabolario standard promosso dal W3C: il DCAT ed ora utilizzato dai Paesi dell’Unione. I metadati ci consentono ad esempio di descrivere la frequenza di aggiornamento dei dati, il tema trattato e molte altre informazioni utili, che sono descritte attraverso una sintassi standardizzata ed interoperabile.

Avere uno standard internazionalmente riconosciuto a livello nazionale per pubblicare dati è un “giant leap” nell’economia digitale di questo Paese. Complimenti.

Il profilo standard è pubblico e si può partecipare alla fase di consultazione direttamente dal sito dati.gov.it all’indirizzo: http://www.dati.gov.it/consultazione/dcat-ap_it – trovate inoltre in formato visivo l’ontologia del DCAT-AP_IT.

Alla prossima puntata!

 

WordLift 3.1 e it from bit – A

“Le parole e i pensieri seguono regole formali, o no?”

Se lo chiede Douglas Hofstadter nel suo saggio “Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante, pubblicato nel 1979.

A prima vista sarà una lettura interessante e piacevole, abbiamo solo iniziato a leggerlo, è un tomo di 800 pagine. Avventurandoci tenendo in considerazione quello pubblicato su internet, Lui disquisisce sulla probabile esistenza di modelli che indirizzano i nostri pensieri, e la lettura dell’ambiente.

Nuove scienze come l’ epigenetica e la neurobiologia stanno già dimostrando non solo la verità e l’esistenza di questi modelli (comparabili con le interfacce in informatica), o schemi formali, ma anche quella di circuiti neuronali “primitivi” che agiscono come matrici e replicano le emozioni se stimolati da eventi posti al di fuori della nostra esperienza/conoscenza; eventi fuori dagli schemi/modelli, eventi fantastici.

In altre parole: un determinato stato d’animo o emozione generato direttamente da una esperienza ‘reale’ accende parti del cervello identiche a quelle conseguenti all’immaginazione data dalla lettura di un testo che descrive la medesima esperienza.

L’epigenetica = genetica mediata dall’ambiente – invece e in breve afferma: “se il genoma è l’insieme delle istruzioni che consentono la costruzione e il funzionamento di un organismo vivente, l’epigenoma è l’insieme dei processi che consentono a queste istruzioni di essere lette nei tessuti giusti e nel momento opportuno, anche in risposta a stimoli che provengono dall’ambiente”.

A noi sembra chiara la similitudine dei processi di cui parla l’epigenetica con le regole formali di cui parla Hofstadter. E a voi?

Spingendoci oltre, ma proprio oltre, e stimolati dalla logica Godeliana, potremmo attivare le seguenti 2 comparazioni tra la genetica e l’epigenetica e le tecnologie di classificazione delle conoscenze e le strutture della cloud LOD :

  1. le tecnologie di classificazione stanno alle informazioni per costruire e far funzionare un dataset – come i geni che compongono il DNA stanno alle istruzioni per costruire e far funzionare un organismo vivente;
  2. le tecnologie di relazione permettono la lettura delle istruzioni per costruire un dataset assimilando il posto e il momento giusto dalle strutture Linked Open Data – così come l’insieme dei processi permettono la lettura delle istruzioni nel posto e momento opportuno in risposta agli stimoli ambientali.

Il nostro punto di vista è influenzato dal settore in cui lavoriamo, l’ICT, ed è volto all’organizzazione della conoscenza e alla comunicazione della stessa nelle reti digitali; i modelli di lettura derivati dall’ambiente sono metadati; il contenuto è la matrice di partenza – DNA in biologia.

Si parla sempre di innovazione, ma non c’è un metodo univoco per affermare che una soluzione sia effettivamente innovativa se non apporta un reale cambio di paradigma o una nuova tecnologia in grado di creare nuove matrici e modelli al settore della produzione industriale.

Di solito tutte le pratiche e i prodotti che migliorano e ottimizzano l’esistente non sono reale innovazione, se non di processo.

Progettando e sviluppando l’editor semantico WordLift 3.0: (che legge il testo, ne estrae i significanti secondo gli schemi esposti nella LOD, li suggerisce come nodi del grafo o metadati da allegare al contenuto, e li pubblica come singolo elemento di un sistema più complesso fatto di dataset open riusabili) ci siamo continuamente scontrati, in tutte le fasi, con la necessità di elaborare una soluzione che consenta contestualmente la lettura alle macchine di ogni singolo elemento da classificare e nello stesso tempo funzioni, potremmo dire, su schematismi di lettura e fruizione dell’utenza desunti/estratti dal patrimonio di altre scienze.

Siamo dell’idea che quando si trova una qualsiasi corrispondenza o similitudine tra ‘modelli’ e dinamiche in differenti settori di conoscenza: vada approfondita.

Quelle descritte in questo post sono ancora a livello speculativo, potenzialmente interessanti, da approfondire; potremmo trovare spunti solidi da considerare. Sono come suggerimenti da assimilare quando si cerca una soluzione che non sia vittima dell’evoluzione tecnologica.

Chi agisce come essere umano spinto da uno spirito evolutivo è propenso a considerare come principali e necessarie le attività volte prima a conoscere e poi a comunicare: semplicemente le dividiamo. Si, è vero, tante volte magari spinti dalla socialità comunichiamo senza conoscere, sulla fiducia, così come tanti di noi hanno la giusta voglia e la curiosità adatta per migliorare la loro conoscenza, ma non per comunicarla: per mancanza di volontà o di competenze cognitive e sociali.

Nell’ambito ‘digitale’: una volta acquisita la conoscenza dovremmo renderne obbligatoria l’organizzazione per disporla a molteplici modelli di lettura. Per farlo dobbiamo necessariamente acquisire skills tecnici che ci aiutano ad integrarla in più schemi di classificazione. Da questo momento le macchine possono lavorare e organizzare anche la comunicazione. Qui abbiamo bisogno di un traduttore che ci permette di passare dalla comunicazione digitale a quella umana.

Nel contesto della comunicazione umana (o interpersonale) nei primi anni ’90 dominavano ancora i risultati che nel 1967 erano stati pubblicati a seguito dello studio di Albert Mehrabian. Questi introducono criteri di efficacia in percentuale della comunicazione non verbale 93%, e verbale 7%. A questo risultato si arrivava facendo giudicare ai partecipanti serie di 3 parole sulla base della loro positività, negatività, neutralità. Una volta scelte le parole assimilabili a queste 3 categorie, le stesse venivano lette con atteggiamenti e toni diversi e poi chiesto agli esaminati il giudizio. Il risultato è stato quello di evidenziare la forza della comunicazione veicolata: guardando il viso (55%), sentendo dal tono della voce (38%), dal contenuto del messaggio (7%).

Per tantissimo tempo tutti i master per la formazione sui temi della comunicazione interpersonale usavano il claim: “solo il 5% della comunicazione è verbale” (abbassando ulteriormente il risultato dello studio).

– traslato nel nostro contesto …

Nello stesso tempo il web a metà degli anni ’90 era soggetto ai primi studi sulla comunicazione tramite le interfacce, e non solo. A Nizza-Francia e in Inghilterra vengono effettuate le prime valutazioni sulla comunicazione uomo macchina attraverso l’analisi della fruizione utente delle informazioni contenute nelle interfacce.

Nascono i laboratori che catturano i movimenti oculari in risposta agli stimoli, all’informazione veicolata, nelle diverse aree delle interfacce. Erano schemi costruiti e confinati: dalle esperienze analogiche fatte sui quotidiani e riviste cartacee; dalle classificazioni dettate dall’importanza e dalle categorie che descrivevano quel determinato dominio informativo (ancora non era espresso in questa forma); da soluzioni di grafica/immagine costretta dal browser e estrapolata dalle presentazioni (brochure aziendali) e promozioni professionali di prodotti e servizi.

Il risultato è stata una partizione delle interfacce in aree che meglio soddisfacevano la comunicazione all’utenza del contenuto e delle relazioni con gli altri ambienti digitali. Aree di comunicazione che ancora oggi vengono considerate soprattutto dalle grandi Organizzazioni.

Queste considerazioni hanno inoltre fatto da guida all’evoluzione della comunicazione digitale della conoscenza filtrata dalle macchine, che si trattasse di multidevice, ‘pervasività’ o touch screen.

Il settore in cui ci siamo maggiormente applicati nelle esperienze lavorative, è quello dell’organizzazione della conoscenza e della comunicazione multimediale con l’uso e la qualità delle interfacce che man mano la tecnologia e le esperienze interdisciplinari ci mettevano a disposizione.

In un certo senso abbiamo integrato di volta in volta gli stati di avanzamento delle tecnologie che generano nuovi modelli di fruizione dei contenuti con quelle che danno risposta a determinati bisogni.

Considerando le reti digitali siamo passati da un tempo in cui si collegavano le macchine a quello in cui i contenuti venivano linkati tra di loro. Da qualche anno siamo nella necessità di compiere un ulteriore passo e collegare tra loro i dati in maniera strutturata.

L’affermazione della cloud LOD e dei grafi della conoscenza condivisi (dbpedia, freebase e geonames) stanno accellerando l’applicazione di questa ultima fase: creare sistemi in grado di pubblicare i contenuti in forme comprensibili alle macchine e fruibili dall’uomo.

Fin qui siamo arrivati, e abbiamo individuato una prima soluzione che traduce le informazioni alle macchine rispettando e integrando nel mondo digitale anche modelli analogici: nelle fasi di costruzione dei grafi della conoscenza.

Il prossimo step probabilmente riguarderà l’assimilazione nei processi evolutivi delle differenti forme espressive in cui possono essere comunicate le conoscenze: identificando e organizzando nuove parole, nuovi pensieri, nuove regole formali con le quali le forme d’arte in musica e immagini ci comunicano il mondo che abbiamo dentro e che ci circonda.

… siamo involontariamente seguaci della teoria it from bit! .. continua

L’immagine introduttiva è tratta da una galleria di dipinti ispirati al DNA che s’intitola DNA Art Online.

 

WordLift 3.0 — Born for the internet

Al festival internazionale del giornalismo, aprile 2015, si è discusso del giornalismo digitale e della difficoltà a trovare un nuovo modello che permetta al giornalismo di essere pagato, e quindi sopravvivere.

Zero Calcare invitato al festival perchè con le striscie pubblicate su internazionale.it è stato in grado di coinvolgere i più giovani.

Anche uno scrittore che più influenza i pensieri degli americani riguardo al rapporto con i new media, Jonathan Franzen, ma non ho letto niente di Lui, dice che si ritiene fortunato perchè in quanto romanziere è pagato per i contenuti che produce; mentre chi lavora nel web fa fatica soprattutto se è un freelance.

A dirla tutta ha cattive opinioni sui nuovi tipi di professione di informatori digitali, perché: disinformano, opprimono e uniformano le opinioni. E si riferisce rispettivamente ai: leakers, citizen journalist, crowd sourcing, che danno solo opinioni personali e a volte violente.

Nel web ci sta tutto e personalmente diffido di chi addita come derive le “prove tecniche” sulle potenziali nuove professioni che da 20 anni circa vengono promosse dalla tecnologia, o domandano tecnologie per esprimersi. Sembrano come lamenti di una gioventù passata.

Nel corso del festival del giornalismo digitale un giornalista del Guardian, Aron Pilhofer, in un intervento illustra la loro esperienza, che ha dato come risultati alcune attività necessarie al ridisegno della professione di giornalista. Non si tratta solo di possibili risposte a domande tipo: quale potrebbe essere il nuovo business? come monetizzare, o quale è il valore economico della relazione con i propri lettori? Ma si parla della necessità di “ordinare la redazione”, “nuovo desk”, “live desk”, “visual desk”, e organizzare in: business, national, international la base del loro approccio al mercato.

Il dispositivo di lettura informazioni non è più cartaceo come si evince dalla vecchietta nella foto che segue.

Se si parla di circa 200mila quotidiani al giorno .. on line sono 120milioni (fonte The Guardian), abbiamo una stima dell’offerta di contenuti, ma anche della necessità di riordinare le redazioni digitali al fine di costruire i propri archivi interni in relazione ai temi trattati dalla testata, e che gli stessi siano conformi agli archivi open sul modello dbpedia di internet.

Dobbiamo allo stesso tempo ridare forza alla professione del giornalista dotando la redazione di strumenti in grado di supportare sia la fase di scrittura, che quella di pubblicazione dei contenuti senza richiedere skill tecnici al giornalista digitale. Proprio come auspicato dal compianto da poco David Carr del New York Times.

La personalizzazione dell’editor semantico WordLift 3.0 permette il nuovo design della redazione digitale conforme ai risultati dello studio del Guardian, ma solo per gli utenti della piattaforma di CMS WordPress.WordLIft 3.0 fa passare dall’informazione alla conoscenza evitando il complotto.

 Nota: post già pubblicato su medium/it